Manifesto

Milla

La parola e il coraggio

“Milla Granson nacque schiava in Virginia nel 1816. Nonostante le leggi lo proibissero, Granson imparò a leggere e scrivere dai figli del suo padrone e istituì una Scuola di Mezzanotte per schiavi e schiave, un corso notturno clandestino di alfabetizzazione. Nel corso degli anni la Granson diplomò centinaia di studenti che con le competenze acquisite si diedero alla fuga, falsificando la firma del padrone sui documenti per l’espatrio in Canada”.

Tratto da Introduzione ai femminismi a cura di Anna Curcio

La scrittura è molto più di un semplice atto di comunicazione. Scrivere è un atto politico, una presa di parola nel discorso pubblico, uno sguardo sulla contemporaneità. La scrittura è un potente strumento di crescita personale, emancipazione individuale, condivisione di esperienze e idee, un mezzo per intercettare e abbracciare nuove sensibilità culturali.

In questi tempi stiamo assistendo a un ‘ritorno all’autore’, come sostiene Giuliana Benvenuti ne La letteratura oggi (Mappe, Einaudi, 2023), lo scrittore si trasforma in un intellettuale pubblico, costruisce la sua presenza autoriale nel discorso pubblico. Spesso lo fa in competizione con chi produce discorsi non-letterari (giornalisti, storici, scienziati, ma anche personaggi dello spettacolo) e diventa, quindi, importante per chi si occupa di scrittura, per ogni scrittore o scrittrice, non perdere il proprio ruolo di difensore della specificità espressiva letteraria.

La letteratura, in un mondo in cui la vicinanza fisica non è più elemento fondante della comunità e considerando la crescente globalizzazione anche degli immaginari, può rappresentare uno degli agenti che contribuiscono e recuperano la tradizione negoziandone i contenuti all’interno di contesti conflittuali, socialmente e culturalmente nuovi. Può essere al tempo stesso strumento di ibridazione e territorio di formazione e sperimentazione di nuove identità.

Evitare una marginalizzazione della letteratura nel discorso pubblico, evitando il suo assoggettamento al mercato globale della produzione culturale, significa anche aprire continui processi di negoziazione con altre forme espressive e mediali. Occorre confrontarsi anche con nuovi criteri di giudizio, frutto ad esempio della lettura collettiva da parte di comunità di fan, producendo anche un nuovo lessico per tematizzare questa esperienza di lettura. È quindi ancora possibile attribuire allo spazio letterario una funzione sociale che sia ‘problematica’ e che comporti un potenziale critico. Funzione che può essere svolta con maggiore possibilità di impatto proprio aprendosi alla cultura visuale, in una dimensione intersemiotica e intermediale. 

Torna utile qui la nozione di sperimentazione a bassa intensità per definire un confine tra svago e arte, tra sfruttamento mercantile e cultura partecipativa. Un confine che rimane individuabile nell’assunzione di responsabilità e nell’esercizio di una funzione critica del presente. Un ruolo del pubblico come intelligenza collettiva che innesca discorsi virali capaci di portare alla ribalta storie fino a quel momento marginalizzate, insieme a forme innovative di racconto.

“Per me, essere scrittori significa prendere coscienza delle ferite segrete che portiamo dentro di noi, ferite così segrete che noi stessi ne siamo a malapena consapevoli, esplorarle pazientemente, studiarle, illuminarle e fare di queste ferite e di questi dolori una parte della nostra scrittura e della nostra identità. Un autore parla di cose che tutti sanno senza esserne consapevoli. Esplorare questo sapere e vederlo crescere dà al lettore il piacere di visitare un mondo familiare e insieme sorprendente. Quando un autore si chiude per anni in una stanza ad affinare la sua arte, quella di creare un mondo, se usa le sue ferite segrete come punto di partenza ripone, che lo sappia o no, una grande fede nell’umanità. La mia fiducia viene dalla convinzione che tutti gli esseri umani si somigliano, che altri portano ferite come le mie e che quindi capiranno. Tutta la vera letteratura nasce da questa certezza fiduciosa e infantile che tutti gli individui si somiglino. Quando uno scrittore si chiude per anni in una stanza, evoca nel suo gesto l’esistenza di un’umanità unica, un mondo privo di centro (…) L’arte del romanzo è il talento di raccontare la propria storia come se fosse la storia degli altri: ma questo è solo un aspetto di questa grande arte che da quattrocento anni emoziona i lettori con tutta la sua forza e appassiona ed esalta noi scrittori. L’altro aspetto è costituito da ciò che mi portò sulle strade di Francoforte o di Kars: la possibilità di scrivere la storia degli altri come se fosse la «mia» storia. In questo modo, attraverso i buoni romanzi, cerchiamo di cambiare prima i confini degli altri, poi i nostri”.  

Orham Pamuk, La valigia di mio padre 

Scrivere è un universo irriducibilmente plurale e si esprime come una passione per la singolarità e per la varietà dei fenomeni delle situazioni e dei punti vista. Un gesto che non nasce da un vuoto ma da un’esigenza: dal desiderio di auto-affermazione nella creazione libera e autonoma della propria esistenza. È la più semplice tecnologia per fissare la presenza di un passato sempre attualizzato e orientato alla costruzione di un futuro. La scrittura svolge un’infinità di funzioni: trattiene istanti di gioia facendoli vivere in un racconto e libera la mente da affanni esprimendoli in parole, allevia un cuore in pena, preserva esperienze e istanti irripetibili, sostiene una tesi o lotta per i diritti.

“Penso che la scrittura sia in ogni caso una questione politica. Non credo affatto che sia un’attività anodina – non parlo del momento in cui scrivo ma del risultato – giacché non si può pensare di scrivere senza provocare un’eco: il libro genera un’azione, ha un’influenza sulla coscienza e l’incoscienza della gente”, ha dichiarato Annie Ernaux nel 2011, intervistata da Raphaëlle Rérolle.

L’unico dovere di uno scrittore o di una scrittrice è fare le cose per bene, scrivere bene.

Lo scrittore non ha il compito d’indirizzare il pensiero dei lettori e, secondo lo stesso principio, non dovrebbe utilizzare romanzi e racconti come altoparlanti. Però, se scrivere vuol dire anche osservare, uno scrittore non può distogliere lo sguardo. Non può prescindere dal contesto in cui scrive. Se c’è una responsabilità politica, allora, non è direttamente collegata alle risposte che lo scrittore riesce a dare, ma consiste nel provare a porsi (e porre) le domande giuste; su noi stessi e sul mondo, e sul tipo di rapporto che c’è tra noi e il mondo. Non come va a finire ma, appunto: io ti racconto una storia, dimmelo tu come va a finire”.

Valeria Luiselli

Se il romanzo torna a essere una storia emblematica, se torna, oggi, a proporsi come un repertorio sociale e un alfabeto condiviso, significa che le differenze multicuturali, la velocità delle trasformzioni sociali e il declino delle grandi ideologie impongono una negoziazione discorsiva che passi dalla capacità di rendere decifrabile la realtà tramite le storie. 

L’impegno di Milla, quindi, è promuovere la scrittura in tutte le sue forme e manifestazioni, riconoscendo il suo potenziale per ispirare, educare e trasformare sia gli individui che le comunità. Ognuna e ognuno di noi ha una voce unica e autentica e la scrittura creativa è un mezzo potente per farla sentire e lasciare che agisca e intervenga mutando il proprio presente. Milla si impegna a creare uno spazio inclusivo e sicuro in cui ogni individuo possa esplorare la propria creatività, sviluppare le proprie abilità narrative e condividere le proprie storie.

Milla pensa alla cultura come a un processo di formazione individuale e collettivo, memoria e soprattutto visione. Immagina una cultura che faccia bene a noi stessi e agli altri: forse è arrivato il momento di smettere di sperare nella comparsa dal nulla di fantomatiche alternative e di provare a realizzarne una, piccola e parziale ma che sia concreta.

La forma dell’associazione culturale serve proprio a dare forma comune a una visione che parte da due affermazioni: esiste uno stretto legame tra cultura e ben-essere della persona e della collettività; più cultura genera meno paura. Occorre il coraggio di apprendere e mettersi in gioco, coraggio di guardare e raccontare, di pensare e confrontarsi.

Il coraggio di prendere la parola.

D’altra parte – come scrive Marco Accolla, commentando Bella Baxter (Povere Creature) – “… un sottoposto non è più tale quando si appropria della facoltà (e del diritto) di poter raccontare la propria storia e di farne unità di misura della propria esistenza nel mondo”.

E, tornando alla nostra Milla, allora il suo gesto, la sua scuola “… si fa simbolo di una conoscenza che non è finalizzata all’accrescimento individuale ma che, al contrario, ha origine nella necessità di essere trasmessa e condivisa per una liberazione che può essere soltanto collettiva”.

Il coraggio di scrivere!